La vita eterna del Dr. Kurzweil
filed in Hi-tech notepad, Senza categoria on Ago.29, 2009

Leggo oggi su repubblica.it della nuova Singularity University, “scuola sponsorizzata - tra gli altri - da Nasa e Google. La scuola promette di ‘riunire, educare e ispirare una nuova generazione di leader’ su come nei prossimi decenni la tecnologia aiuterà l’umanità a debellare povertà, carestia, malattie e cambiamenti climatici”.
All’origine di questa nuova e interessante istituzione sta un’idea di Ray Kurzweil, un inventore che ha già avuto modo di colpire la mia attenzione in passato, per la sua capacità di immaginare innovativi scenari futuristici .
Qualche anno fa mi capitò tra le mani un articolo, “Immortali ma virtuali“, apparso per la prima volta su Psychology Today. Tendenzialmente inverosimile, non era comunque privo di quel certo fascino che accompagna le fantasie futuristiche di un uomo di scienza.
Kurtzweil, con una impeccabile fede nel progresso tecnologico, ipotizzava una scansione completa della configurazione neuronale del cervello umano, operata da migliaia di cosiddetti nanobot. Un nanobot è un congegno elettronico capace di muoversi all’interno del cervello per analizzarlo e che può inviare e ricevere dati dai neuroni. Un nanobot potrebbe addirittura isolare le nostre sensazioni sensoriali, sostituendole con impulsi creati da un computer, fornendo il modo per creare un’immersione percettiva totale in ambienti viruali.
I nanobot esistono già, e in quell’articolo veniva addiritura citata una prima scansione di un cervello umano, la quale dovrebbe essere disponibile da qualche parte in rete. Si tratta della configurazione neurale di un condannato a morte, che sette anni prima dell’articolo di Kurzweil acconsentì a essere oggetto dell’esperimento. Tuttavia viene precisato che quell’analisi non vanta una risoluzione sufficiente allo scopo, ma soprattutto nel testo non vengono fornite ulteriori indicazioni sul progetto e su dove reperire i dati.
Le previsioni indicano approssimativamente nel 2030 la data in cui nanobot grossi come cellule ematiche potranno scorazzare liberamente per le nostre teste e rilevarne elettronicamente la struttura.
La somiglianza del testo di Kurzweil con un soggetto per un film di fantascienza era anche singolarmente accentuata dal fatto che ricorda, per certi aspetti, una puntata di X-Files di cui non ricordo né titolo né serie nella quale una ragazza tentava di trasferire se stessa nella rete abbandonando le spoglie mortali, in un episodio dall’atmosfera tipicamente cyberpunk. La particolare impronta dell’articolo si evinceva già dalle prime righe, con la messa in scena di un ipotetico dialogo virtuale tra due individui, uno dei quali deceduto da qualche settimana.
Ma celata dietro un’ipotesi del genere sta la concezione forte dell’intelligenza artificiale, nonostante una prospettiva come questa non si collochi all’interno dei filoni “istituzionali” di ricerca. Il pilastro “ideologico” che regge affermazioni del genere è la possibilità che le operazioni proprie del cervello possano essere effettuate anche da una macchina. Un vantaggio implicito per la ricerca sull’IA è che, con questo metodo, si eviterebbe l’annoso problema dell’organizzazione del “programma”, della formalizzazione dell’algoritmo “intelligente” che verrebbe ricavato dalla struttura stessa del nostro cervello. L’ipotesi oltre che pittoresca è anche comoda.
E’ ancora più interessante comunque rilevare che lo stesso Marvin Minsky, un nome che non ha bisogno di presentazioni, adopera questa argomentazione sul volume La robotica da lui curato.
“Un giorno si presenterà forse una soluzione del tutto diversa” scrive Minsky, “quella di conseguire l’immortalità trasferendo la nostra personalità in un nuovo contenitore che sostituisca non solo alcune, ma tutte le nostre funzioni, tanto fisiche quanto mentali, per mezzo di un qualche grande computer. Questo è un modo in cui potrebbero andare le cose, per consentirci non solo di usare semplicemente dei computer, ma per diventare computer” (Il nostro futuro robotizzato, in M. Minsky, a cura di, La robotica).
Chiudevano il quadro una serie di considerazioni su possibili applicazioni mediche, come l’applicazione di impianti neurale può nella cura della sclerosi multipla o del morbo di Parkinson.
L’articolo originale di Kurzweil, Live Forever, in lingua inglese, è disponibile all’indirizzo http://www.psychologytoday.com/articles/200001/live-forever





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