Quello tecnologico è un processo che tende verso una progressiva emancipazione dell’uomo dalla fatica fisica e che ha permesso all’umanità di ampliare enormemente la propria capacità di lavoro contribuendo allo sviluppo della qualità della vita negli ultimi secoli.
Un’immagine particolarmente evocativa di questa situazione ce la fornisce Ugo Leone nel suo Nuove politiche per l’ambiente (Carocci, Roma 2006, p.119):
“la capacità di lavoro sviluppata dal sistema delle macchine [...] equivale a quella sviluppata dalle braccia di circa 100 miliardi di operai. [...] Poco meno della meno della metà di questi “schiavi meccanici” lavorano (sic!) nelle fabbriche (settore industriale), circa un quarto sono addetti ai trasporti; circa un quarto lavorano nelle nostre case”.
Occorre chiudere un primo occhio sulle tre corcordanze a senso che l’autore infila con disinvoltura l’una dopo l’altra (la metà lavora non “lavorano”), e poche righe dopo chiudere anche il secondo quando viene citato Metropolis “il bel film di Fritz Lange “, ma è interessante la stima che viene fornita secondo la quale ogni cittadino appartenente a un paese sviluppato ha a sua disposizione circa ottanta schiavi meccanici al proprio servizio.
Sicuramente ogni proporzione macchina/schiavo può e deve solo rimanere nel campo della metafora: quanti schiavi occorrerebbero per trasportarmi, come fa un’automobile, a una velocità di 160 km/h?
L’analogia con lo schiavo deve qui esser vista dalla prospettiva ambientalista dalla quale si pone Leone, il quale continua con la considerazione che ognuno di questi schiavi consuma risorse e produce rifiuti da smaltire proprio come un essere umano. Il discorso si riallaccia quindi agli interrogativi aperti sullo sviluppo che percorrono tutto il testo.
Su questo pianeta gli abitanti non sono solo sei miliardi, ma molti di più se consideriamo questo esercito di schiavi meccanici che silenziosamente lavora al nostro servizio.